Sostenere la sostenibilità, nessuno può chiamarsi fuori

sostenibilità
Marco Bonini
12 feb 2020
Marco Bonini vanta un’esperienza quasi 40ennale nel retail, food e non food, in aziende di primo piano e in diversi ruoli. Per lungo tempo in Standa, chiudendo la sua esperienza come Direttore Acquisti; poi, in Coin per gestire lo sviluppo dei negozi specialistici; quindi, in Sogegross alla guida del canale Cash & Carry; in Codè CRAI Ovest come Direttore Generale. Oggi è Associate Partner di Retex.

Retex. Sostenibilità come valore a sé e come domanda, crescente, di mercato. Sostenibilità, poi, come applicazione effettiva nel retail. Aiutami a mettere un po’ d’ordine.

MB: Quando penso alla sostenibilità, la declino in tre aree: ambientale, sociale ed economica. Se partiamo dalla prima, qualche risultato è acquisito. Negli ultimi dieci anni, le catene Food hanno ridotto del 30% i consumi elettrici grazie alla modernizzazione degli impianti tecnologici (catena del freddo, impianti d’ illuminazione a basso impatto, risparmio energetico). Meno inquinamento, insomma. Adesso, occorre lavorare su tutta la filiera di produzione, per stringere con i produttori accordi fortemente finalizzati alla sostenibilità. Sulla supply chain, ripensare i processi logistici, non si può pensare di continuare a organizzare le consegne come nel secolo scorso, ingolfando le strade delle città: tutti i mezzi arrivano al mattino, in tutti i supermercati d'Italia. Nei paesi anglosassoni, invece, le consegne in notturna sono più veloci ed economiche, a parità di mezzi. Si può fare tanto, credimi.

Retex. Sostenibilità sociale, da dove iniziare?

MB. C’è solo l’imbarazzo della scelta. Una per tutte, la filiera agricola: il pagamento del raccolto, in coerenza al costo di produzione, permette a chi produce di lavorare e vivere in modo sostenibile, appunto.

Retex. Bene, allora andiamo sul difficile: com’è possibile gestire il costo della sostenibilità?

MB. Premessa: il retailer che punta alla sostenibilità non solo fa qualcosa di gradito a consumatori e stakeholder, ma guadagna credibilità anche nell’ambiente finanziario e questo ha il suo peso. L’investimento, comunque, va accompagnato dal contributo virtuoso, in ogni processo, di tutti gli attori della distribuzione. Mi riferisco alla catena di fornitura e alla logistica, al coinvolgimento del personale aziendale e al cliente. Questo concetto è molto importante. Dev’essere ben chiaro, anche a chi compra, che non è possibile pretendere sostenibilità senza comparteciparne il costo. 

Retex. Guardiamo ai retailer: la sostenibilità è soltanto una tassa da pagare o c'è chi, invece, la pensa come innovazione necessaria e responsabile?

MB. Nel nostro mercato il posizionamento è decisivo, il cliente quando va in negozio vuole spendere il meno possibile. Oggi le aziende della GDO stanno investendo, in termine di spazi espositivi ed attenzione, nel far crescere i volumi delle marche d'insegna. Il costo del prodotto a marchio d’insegna è decisamente più basso di quello della marca leader, su questa premessa si può costruire una filiera di fornitura che permetta il reale cambio di marcia sul problema. Si possono coinvolgere i fornitori, trasformandoli da copacker a partner - obiettivo dichiarato al Salone Marca 2020 a Bologna – per gestire una filiera orientata a obiettivi comuni. Così si perseguirebbe la sostenibilità su tutto il ciclo, e un posizionamento di mercato competitivo.

Retex. Sui processi tipici della GDO vedi ragionevolmente le possibilità e i vantaggi della sostenibilità a breve e medio termine?

MB. Più ci allontaniamo dalle catene nazionali e dai marchi noti, più la sostenibilità ne risente. Se tutti si allineassero all’utilizzo di tecnologie moderne nei punti di vendita, quel 30% di consumi in meno aumenterebbe ancora. Le altre aree su cui intervenire sono diverse. Penso al packaging di trasporto: il film plastico di avvolgimento dei bancali, l’uso eccessivo di cassette in legno per l’ortofrutta, piuttosto che i bancali a perdere. Penso all’uso del guanto imposto dalla legge, sempre per l’ortofrutta, su un prodotto che si lava, si sbuccia o si cuoce; alla plastica d’imballaggio della gastronomia, ai sacchetti di plastica anziché di carta, specialmente nel non food. Ai comportamenti comuni e ai materiali in uso in uffici e negozi, poi. Tutte cose possibili, volendo, dall’oggi al domani.

Retex. Food delivery e sostenibilità: tra scarsa redditività e impatto sociale, quanto può reggere?

MB. Il consumatore che chiede il servizio dovrebbe sapere che sta incentivando il nuovo “mercato degli schiavi” e, quindi, torniamo al punto di partenza: quanto è disposto a rinunciare in termini economici e di comodità? A questa domanda, cruciale, va data la giusta risposta, per poi iniziare un percorso virtuoso di sostenibilità. Pensa se tutta la filiera di prossimità non guardasse solo alla competizione con i supermercati del territorio. Un dato indicativo: un quarto dei consumatori decide come cenare dopo le 19:30. Se i negozi alimentari di prossimità avessero un reparto di “gastro-rosticceria” per soddisfare questo bisogno tardivo ma immediato, non si dovrebbe attivare qualcuno che, in bicicletta, va a ritirare cibo in un ristorante per consegnarlo a domicilio.

Retex. Per la tua esperienza diretta, quanto le buone pratiche di sostenibilità possono premiarti sul mercato?

MB: È un processo che va spiegato al consumatore, per coinvolgerlo. È semplice, però: se io vendo una mela coltivata da un agricoltore attento all’ambiente e pagato correttamente, e la porto dal campo al negozio inquinando il meno possibile, probabilmente costerà un po’ di più. Quella differenza di prezzo si giustifica per dare al consumatore e alle prossime generazioni un valore, e questo va detto chiaramente. È difficile, perché questi valori non sono immediatamente percepibili quando tutti siamo abituati a convivere con il degrado, e a darlo per immutabile. La sostenibilità va comunicata efficacemente e continuamente. Perché è consapevolezza e responsabilità da parte di tutti, non si scappa.