Proposta di legge o delirio istituzionale?

proposta di legge
05 feb 2019

Nei giorni scorsi è stata finalmente depositata alla commissione Attività produttive della Camera la proposta di legge sulle chiusure domenicali. Parto sofferto, inevitabile per un’iniziativa nata per bisogni elettorali, senza nessuna razionale considerazione dei veri interessi delle parti sociali in gioco.

Dopo un interminabile negoziato, le due forze di maggioranza hanno trovato un “accordo”. La proposta di legge prevede 26 domeniche di apertura, al massimo, su 52. In aggiunta a queste potranno esserne previste altre in 4 giorni festivi su 12. Stop anche alle consegne domenicali per gli acquisti online.

Le sanzioni previste variano dal minimo di 10 mila euro al massimo di 60 mila, con possibile raddoppio in caso di recidività.

Ad accompagnamento, il solito confuso campionario di eccezioni, legato al tentativo di condividere l’incondivisibile con le amministrazioni locali. Distinguendo, oppure no, centri storici, città a vocazione turistica e aree metropolitane. Primo a opporsi al piano il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, e analogo orientamento per altre 13 importanti città italiane (Bari, Bologna, Cagliari, Catania, Firenze, Genova, Messina, Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Roma, Torino, Venezia).

Un passo avanti, due indietro

Di fatto, nella proposta di legge esiste un’unica certezza del governo, la voglia irrefrenabile di regolamentare e di farla finita con la liberalizzazione, unita all’ignoranza dell’economia più elementare.

Scelta di superba intelligenza. Proprio mentre viene certificata la recessione, e i consumi sono fermi se non in calo, il governo vieta l’apertura dei negozi per otto festività e per la metà delle domeniche, e sono sotto tiro le aperture notturne.

Calo del PIL e dei posti di lavoro. Per Confimprese sono in ballo 34 miliardi di fatturato e circa 90 mila posti di lavoro, di cui 80 mila nel commercio al dettaglio e 10 mila in quello all’ingrosso (dovrebbe peraltro essere intuitivo che, riducendo i giorni di lavoro, si riduce l’occupazione). Le ricadute sull’indotto, poi, non fanno che peggiorare il quadro.

È il “nuovo boom economico”, stranamente incomprensibile ai più.

La proposta di legge esprimerebbe l’intenzione di concedere ai lavoratori il riposo domenicale. Principio legittimo, in apparenza. Peccato che il riposo sia già contrattualmente previsto, anche se non necessariamente di domenica, come sa benissimo chi nei giorni festivi lavora regolarmente in molti altri comparti industriali, dei servizi e della pubblica amministrazione.

Un passo avanti, nella fantasia giacobina dei governanti. Due passi indietro, nel mondo reale.