Il buon senso non chiude la domenica

domenica aperto
16 nov 2018

Domenica sì, domenica no. In questi giorni due episodi hanno rilanciato su toni ancora più aspri la polemica sulla prossima, o soltanto possibile, legge di chiusura dei negozi e centri commerciali nei giorni festivi.

Lunedì scorso sindaco di Milano, Giuseppe Sala, dopo uno scambio non proprio in punta di fioretto con il ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, ha ipotizzato una consultazione referendaria per bocciare l’eventuale legge.

Di ieri, invece, la notizia dello stop alla trattativa per la vendita di Cigierre, holding cui fanno capo alcune delle insegne più popolari della ristorazione. Questo per le perplessità degli investitori esteri per l’impatto negativo sui ricavi dell’eventuale provvedimento.

Non sono ancora chiari i contenuti e i tempi della legge, che dovrebbe abolire la liberalizzazione introdotta alla fine del 2011 dal governo Monti. Ben cinque i diversi disegni di legge all’esame della commissione Attività produttive della Camera, e il percorso di approvazione non sembra breve.

Sul tavolo numeri, principi e anacronismi. Oggi sono 19 i milioni di italiani che sfruttano i giorni festivi per lo shopping, senza contare il flusso turistico. La domenica, oggi, incide per il 20% sul fatturato settimanale della distribuzione italiana. Il valore del lavoro straordinario nei festivi è di circa 400 milioni di euro. Le ricadute possibili sull’occupazione, per la semplice diminuzione dei giorni lavorati, sono valutabili nell’ordine delle decine di migliaia.  

Va rispettata la solidarietà di principio verso i lavoratori in condizioni di lavoro precarie. Ma è facile il fraintendimento tra divieto del lavoro domenicale e diritto al riposo, che passa dal rispetto delle condizioni contrattuali.

A questo proposito, va considerato che il lavoro nero è una piaga nazionale soprattutto nelle realtà medie e piccole, dove le garanzie per il dipendente sono spesso trascurate. E più facile pensare invece che le catene di distribuzione non applichino trattamenti peggiorativi rispetto ai contratti nazionali, e che osservino maggiormente i criteri di sicurezza sul lavoro. La posizione dei lavoratori direttamente interessati, peraltro, appare naturalmente disomogenea.

In Italia la disciplina attuale non è un’eccezione nel panorama europeo, dove 16 dei 28 Stati membri non pongono limitazioni di sorta. Speriamo che a chiudere non sia il buon senso.