“Disrupted”? No, nemmeno per sogno

Disrupted
Fabrizio Ferrari - AD di Aitek
20 mag 2019
La storia trentennale di Aitek è legata a importanti università e centri di ricerca internazionali. L’azienda partecipa reti europee per la cooperazione scientifica e tecnologica. Oggi è realtà tra le più avanzate nell’ambito delle tecnologie per i trasporti e la logistica e nel trattamento dell’immagine. Fabrizio Ferrari, già vicepresidente di Confindustria a Genova, ne è tra i soci fondatori e amministratore delegato.

Disrupted? No, nemmeno per sogno

Retex. La ricerca genera innovazione, e l’una e l’altra sono il tratto distintivo di Aitek da che esiste. Per te, quindi, credo che l’urlatissima “disruption” digitale sia del tutto relativa, se non un equivoco.

FF. È così. L’enfasi riguarda presunti cambiamenti epocali che sono, in realtà, il passo ultimo di processi graduali che esistono da sempre. E resi possibili dalla riduzione costante, nel tempo, del costo di realizzazione.

Retex. Bene. Se ti dico, quindi, “il dato è il nuovo petrolio”, forse è meglio starti lontano.

FF. Sì. Il clamore sul mondo "disrupted" induce concetti devianti. Il dato non è una risorsa naturale, è una proprietà personale. Facebook, per esempio, ha creato un impero finanziario con una gigantesca rete di scambio di proprietà di terzi. È una deriva innaturale e pericolosa.

Immaterialità, vantaggi e rischi

Retex. Però l’immaterialità comporta vantaggi importanti, no?

FF. Di sicuro. Le sue potenzialità sono enormi: dall’economia alla società e all’ecologia. Manca, però, la capacità degli stati di regolarla e sfruttarla nel modo migliore. I governi dovrebbero averne consapevolezze certe per farne legge, poi norma e infine pratica di gestione. Ma questo percorso ha tempi lunghi, incompatibili con la velocità dell’evoluzione tecnologica.

Retex. Tempi incompatibili che si traducono, anche, in incapacità di limitare i danni sociali indotti.

FF. Potremmo parlarne a lungo. A questo stadio di sviluppo della tecnologia, sarebbe lecito attendersi un miglioramento della vita e la riduzione delle penalità sociali. La cosiddetta "disruption", purtroppo, non ha soddisfatto queste aspettative.

Retex. Per esempio?

FF. La digitalizzazione, garantendo più velocità nella produzione del valore, avrebbe dovuto creare più tempo libero. È successo proprio l’opposto. “Always connected” significa, semplicemente, che le giornate lavorative si sono allungate e i weekend si sono accorciati.

Retex. È questa la conseguenza peggiore?

FF. No, non solo. La disponibilità di tanta potenza non ha creato nuove certezze ma, anzi, ha esasperato la precarietà. La contraddizione è palese, fenomeni come Uber e food delivery sono davanti agli occhi di chiunque voglia guardare. E, per adesso, nessuno può dire se saremo in grado di gestire la robotica e le applicazioni di AI per migliorare la qualità del lavoro e della società in generale, anche se nutro molta speranza in tal senso.

Responsabilità, illusioni, equivoci

Retex. Le responsabilità?

FF. Tante, e si distribuiscono in modo molto “democratico”. Della politica ho già detto, ma è anche vero che vedo ben pochi manager che sappiano indirizzare correttamente il cambiamento. E, di questo, sindacati e parti sociali hanno mostrato una bassissima capacità d’interpretazione.

Retex. Il che mi ricorda molto da vicino quanto già è accaduto con l’esplosione delle partite IVA. Spacciare illusioni, a nascondere la realtà, è caratteristica irrinunciabile del nostro presente.

FF. Di fabbriche di delusioni non facciamo certo difetto. Mi preoccupa, per esempio, vedere assumere l’andamento delle start-up a misura attendibile della crescita. Va chiarito un fatto: l’avvio di una start up è molto rischioso per i fondatori. Se lo promuovo come alternativa al fatto di non trovare lavoro, in realtà sto semplicemente creando contenitori di risorse a basso costo.

Retex. L’innovazione è un valore, insomma, non l’ideologia che su questa si diffonde.

FF. Poco, ma sicuro. Dopo avere giocato la partita per tanti anni, in Aitek, proprio sull’innovazione posso dire che questa non è mai un processo lineare omogeneo. Ricerca e sperimentazione chiedono, per definizione, la verifica. A seconda dell’esito di questa, per fare due passi avanti ne devi fare spesso uno indietro. O, qualche volta, fermarti del tutto per, poi, ripartire.

 

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