Brexit. E adesso?

Brexit
Matteo Acquarone
30 lug 2019
Matteo Acquarone si è laureato in ingegneria industriale con specializzazione logistica al Politecnico di Londra, dove ha risieduto per molti anni. Lì ha partecipato a importanti progetti infrastrutturali e tecnologici nel mondo dei trasporti e nei servizi con multinazionali del settore. Ha collaborato, poi, con le più note firme del management consulting internazionale, diversificando le sue attività in ambito gestionale e IT.

R. Boris Johnson, scopertosi portabandiera della Brexit, è il nuovo premier britannico in un quadro politico caratterizzato, però, da grande instabilità. Abbandono dell’Europa uguale a lacrime e sangue?

MA. È evidente la percezione che la Comunità Europea costi parecchio e che burocrazia e norme invasive limitino il benessere e le libertà degli europei. Ma gli ultimi governi conservatori hanno tagliato servizi e benefici alle classi più deboli attribuendo tutte le colpe delle difficoltà economiche alla CEE. Il successo di Boris Johnson e Nigel Farage è frutto di ciò, con una politica urlata, basata anche su dati inventati, e sulla nostalgia diffusa di una grande Inghilterra. I dati del referendum su Brexit dicono che hanno votato a favore dell'uscita le persone sopra i 40 anni, soprattutto nelle zone rurali e centri industriali a basso reddito. A Londra, invece, la maggioranza ha scelto il “remain”. Johnson, appena diventato primo ministro, ipotizza un distacco “hard”, senza negoziato. In teoria, il ritorno alle regole di scambio della World Trade Organization. Potrebbe essere un rischio di forte recessione in UK.

Illusioni dure a morire

R. Con un referendum a esito quasi paritario, colpi di scena, l’estenuante trattativa del governo May, il rilancio a più riprese dell’idea di un secondo referendum, la lettura della cronaca politica inglese degli ultimi tre anni è stata difficile. Dammi qualche norma di orientamento.

MA. Già con Margaret Thatcher si è vista una forte resistenza all’idea d’integrazione. Non a caso, parliamo dell’unico paese che ha mantenuto la sua moneta nella UE. Trasversale al bipartitismo, ha resistito la visione di una grande Inghilterra, come nel suo passato vittoriano. Questo, a dispetto di una realtà ben diversa. Un esempio molto semplice è dato dalla recente vicenda della petroliera inglese nel Golfo Persico. L'Inghilterra non ha le forze militari per potersi opporre all’Iran in modo deciso, e questa è una consapevolezza condivisa dalle opinioni più autorevoli. Ciò nonostante, si propugna l’dea di potenza che troverà nuova grandezza anche nel ripristino dei rapporti Commonwealth.

R.  Bene, vista così, Brexit è una fuga dalla ragione. E, allora, che tipo di corrispondenza c'è tra le sparate di Johnson e Farage e gli interessi dei gruppi che dominano la scena economica inglese?

MA.  Facciamo il caso dell'automotive. Non esiste più un player mondiale britannico e le grandi aziende sono gruppi multinazionali.  Nel passato recente, l'Inghilterra è stata terra di conquista dei grandi brand mondiali. Un buon livello di ingegnerizzazione, tasse più basse e fondi europei hanno agevolato l’insediamento d’impianti produttivi nelle zone depresse del paese da parte di gruppi tedeschi, indiani, giapponesi e americani. In un settore dove la partita si gioca su differenze di valore minime rispetto alla concorrenza, non sarà più economico produrre automobili in Inghilterra. Le principali case automotive, infatti, hanno già iniziato a ridimensionare, delocalizzare e chiudere gli stabilimenti. L’occupazione di almeno 350.000 lavoratori, tra produzione ed indotto, è a rischio.

La mina irlandese

R. Matteo, dimmi della vicenda del confine irlandese. L’impressione è che da noi non se ne colga compiutamente l’importanza.

MA.  Questione di estrema importanza, infatti, e forse non abbiamo ancora la percezione reale dei pericoli indotti da Brexit. Sia l’Irlanda del Nord (Ulster), una delle quattro nazioni costitutive del Regno Unito, che la Repubblica d’Irlanda (Eire) hanno prosperato nella dimensione europea. La chiusura del confine per la prima, che ha una struttura economica debole, potrebbe essere drammatica.

R. Andiamo verso un nuovo conflitto?

MA. Parliamo di un paese segnato da una guerra civile, tra cattolici e protestanti, che ha segnato tutto il Novecento. Nel nuovo contesto antieuropeo, la difficoltà economica, il negato accesso a fondi europei e la chiusura delle frontiere potrebbero rivitalizzare i vecchi contrasti. Nota, peraltro, che gli equilibri interni al partito conservatore al governo sono fortemente ipotecati dal voto nordirlandese.

R. Equilibri politici precari che, tra l’altro, hanno indebolito i due partiti maggiori e hanno rafforzato oltre le previsioni soggetti nuovi come i liberal democratici. Che ti aspetti: elezioni a breve termine, secondo referendum o…?

MA. Tre ministri si sono già dimessi negli ultimi giorni, e una decina di parlamentari del partito conservatore hanno in pugno il futuro di Johnson. Potremmo assistere a molti colpi di scena. Nel nuovo premier si intravede la tentazione di andare subito al voto, per provare a cambiare gli equilibri ed eliminare il dissenso interno.

Azzardi politici e rischi reali

R. Gli obiettivi?

MA. Oggi i tories pensano alla opportunità di creare un’area fiscale esentasse, free tax areas nei porti, opacità sulle transazioni, per attirare capitali e investimenti, avendo a modello Singapore e la Svizzera di un tempo. Il sistema finanziario europeo sembra però scegliere il “leave” spostandosi in Nord Europa. Londra non è più sinonimo di solidità finanziaria e le attuali incertezze spingono le aziende di qualsiasi tipo a lasciare. E il mercato immobiliare subisce un fattore d’instabilità già sul breve e medio periodo.

R. La… madre di tutte le domande, al netto di tue eventuali facoltà divinatorie. Come andrà a finire?

MA. La Gran Bretagna si potrà trovare completamente impreparata ed isolata nel trading, trasporti e servizi dal mercato europeo. Da ciò infatti i tentativi negoziali del governo May, appunto, per una “soft Brexit”. Le simulazioni attuali presentate da varie associazioni di categoria danno blocco di porti, aereoporti, dogane e un’insorgenza di dazi a bloccare l’export, con effetto domino sull’economia. La recessione è un rischio reale.

 

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