Amazon e Target, davvero si può fare? Sì, anzi no, sicuramente forse

08 gen 2018

Pochi giorni fa il mercato americano è stato messo in subbuglio dall’ipotesi formulata da Gene Munster, managing partner della società di venture capital Loup. Secondo Munster, Amazon potrebbe acquisire Target nel 2018.

Le reazioni non si sono fatte attendere: chi si è affrettato a scrivere “lo dicevo io!”, chi giudica il fatto improbabile se non impossibile, chi lascia aperta la porta a qualsiasi possibilità elencando razionalmente pro e contro dell’operazione. Retex ha scritto molto, in questi anni, sia di Amazon che di Target. In modo e peso diverso sono due soggetti imprescindibili del Retail USA e mondiale e non siamo certo noi a scoprirne la complementarietà nei fatti. Nel caso di Target, poi, siamo convinti che dopo Walmart e con CostCo e The Home Depot sia il manifesto della centralità della distribuzione fisica nel Retail, a dispetto dei frettolosi quanto superficiali de profundis intonati negli anni scorsi.

Solo un anno fa quello di Munster sarebbe stato liquidato come un azzardo e nulla più. Dopo l’acquisizione di Whole Foods, invece, la discussione è orientata sulle probabilità effettive di merging, non sul suo senso: è chiaro che per Amazon il futuro del Retail è combinazione di servizi on line e offline. Target potrebbe essere il partner offline ideale per diversi motivi. Secondo Neil Saunders, CEO di Global Data Retail, il soggetto unico derivante dall’accorpamento potrebbe vantare solide infrastrutture, efficienza operativa e forza dei brand tali da migliorare il valore complessivo per il cliente e la redditività del business.

Certo, si tratta di capire cosa di Target sarebbe più appetibile per Jeff Bezos. Quale la frequenza delle visite ai punti vendite, quale il valore medio del carrello, quale la marginalità delle vendite. Ma molti sono i dati certi, per primi l’ottimo andamento di Target dopo le difficoltà della “Apocalypse” e la capillarità della rete commerciale (1800 negozi sul territorio). La competitività verso Walmart, poi, sarebbe garantita. E la solidità della compagnia è fuori discussione: Target ha pagato 200 dividendi trimestrali di seguito e ha aumentato il suo dividendo per 46 anni consecutivi.

Ma non mancano le ragioni neppure agli scettici. Richard Kestenbaum, analista di Forbes, punta l’attenzione sulle reazioni degli investitori al possibile merge.  Nell’ultimo anno Amazon ha realizzato quasi 14 miliardi di dollari di EBITDA, Target poco più della metà. Le azioni sono spesso valutate sulla base di multipli di guadagni, quindi la domanda che si pone Kestenbaum è come il mercato possa valutare i guadagni combinati delle due aziende. Se avvenisse ciò che ipotizza Munster, molti si renderebbero rapidamente conto che il multiplo delle entrate di Target non potrebbe salire al multiplo di Amazon, per la diversa natura del business.

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Il modo in cui Amazon è visto oggi dagli investitori è unico e il suo costo del capitale è molto basso, quasi zero. Se Amazon incorporasse Target, i guadagni dei negozi tradizionali a bassa crescita saranno più di un terzo dei guadagni della società combinata. Sarebbe quindi alto il rischio che gli investitori vedano Amazon in modo diverso, perché il colosso dell’e-commerce ha bisogno di una crescita del 20-25% all'anno per confermare il basso costo del capitale. Finché Amazon offre una crescita sostanziale dei ricavi con la possibilità di guadagni futuri, il mercato continuerà a garantirlo. Ma se una parte molto consistente dei suoi guadagni fosse data da un'attività in crescita più bassa di quanto fino a oggi consolidato, questo potrebbe avere effetti disastrosi.

Le perplessità di Kestenbaum sono confermate da diversi analisti che sostengono che l’acquisizione di Target consentirebbe sì ad Amazon di aumentare enormemente le relazioni dirette con i consumatori, ma in una prospettiva di normale crescita incrementale e non per ordini di grandezza.

Del resto, dopo l’operazione Whole Foods sui media rimbalzano ogni giorno le scommesse sulla prossima mossa di Bezos. Prima che Munster si sbilanciasse con la sua impegnativa affermazione, ad Amazon erano state accostati Lowe’s (il secondo Retailer per importanza nel comparto home improvement supplies), la startup “eyewear” Warby Parker e Nordstrom, uno dei più importanti brand della distribuzione apparel. Ancora più probabile era stata data nel recente passato l’acquisizione di Kohl's, catena di department stores dell’Illinois (1200 punti vendita per circa 18 miliardi di dollari di ricavi), che già ha legato una partnership con Amazon dalla scorsa primavera. In dieci negozi Kohl’s nelle aree di Chicago e Los Angeles è presente uno spazio dedicato ad Amazon dove è possibile fare acquisti o consegnare i resi.

Ma nulla di questo si è ancora verificato.

Il 2018 sarà più che mai per il Retail un anno all’insegna della combinazione di vecchio e nuovo. È un passo della naturale evoluzione del settore, e non mancheranno sorprese e conferme, illusioni e delusioni, azzardi e occasioni perdute per prudenze più o meno d’obbligo. Ciò che Gene Munster ha predetto potrebbe essere un errore o un’intuizione, ma non cambia la sostanza delle cose: la competizione interna al settore sarà senza esclusioni di colpi, e le strategie di merge&acquisition giocheranno in questa un ruolo decisivo.