Pre-owned, niente di più nuovo dell’usato

Pre-owned
Michele Caprini
19 dic 2019

Pre-owned (per altri, addirittura, pre-loved). In Italia, termini come “usato” o “seconda mano” rendono uguale concetto solo apparentemente. In realtà, non ne colgono compiutamente il senso, la complessità e le dimensioni. Il fenomeno che sta interessando il mercato fashion mondiale va definito nella sua natura, infatti, anche con altre tre parole: digitale, circolare e sostenibile.

Usato

Nella scorsa primavera, uno studio sullo stato del pre-owned pubblicato da thredUP, (il più grande marketplace mondiale dell’usato), ne indicava una crescita a ritmi venti volte superiori a quelli dell’intero settore fashion.

Meno di un mese fa, Business of Fashion, riferimento imprescindibile per gli operatori del mercato, nel suo report annuale quantificava il valore del resale in un valore superiore ai 50 miliardi di dollari nel 2023, rispetto ai 24 del 2018.

Una realtà nuova, per molti ancora difficile da percepire nelle sue potenzialità innovative e competitive (con il fast-fashion primo indiziato), che, però, accoglie e soddisfa pienamente prerogative di scelta e acquisto tipiche di Millennials e Generazione Z. 

Date le preferenze di questi consumatori per varietà, valore e sostenibilità, è lecito attendersi che la crescita continui. Anche, naturalmente, per la larga diffusione digitale che la contraddistingue e la muove.

 

Digitale

Qualche mese fa, una folla di adolescenti stava in fila davanti a una vetrina di Soho, a New York. Non aspettava d’incontrare qualche influencer catapultato lì da YouTube o di Instagram, ma di conoscere i gestori di alcuni negozi virtuali presenti su Depop.

Depop è una piattaforma digitale, creata a Milano nel 2011 ma oggi a Londra, per vendere e comprare pre-owned online. Semplicissima: basta creare un profilo e postare una foto dell’oggetto che si vuole vendere. A prezzi bassi, naturalmente. E' un'app di social shopping peer-to-peer che somiglia un po’ a eBay e un po’ a Instagram.

L'azienda rappresenta al meglio l’orientamento alla proprietà fluida dei nuovi compratori. Le pagine degli utenti (anche nomi noti, fra loro) funzionano come vetrine digitali, si possono seguire i venditori preferiti, vedere le proposte in un feed e usare gli hashtag per fare ricerche. Tutti impegnati a vendere e comprare, anche prodotti di alta moda. E tutti si divertono come matti.

Lo scorso mese Depop ha annunciato di aver raccolto 62 milioni di euro con cui finanziare la sua espansione. Merito della seconda mano soltanto? No, Depop forma imprenditori adolescenti, ragazzi che vengono selezionati per la pagina in evidenza, su cui mostrare i principali venditori dell’app. Nessuno con più di vent’anni, di solito.

Circolare

Vestiaire Collective, nata nel 2009 in Francia, è una community internazionale che conta 8 milioni di membri attivi. Gli uffici di Vestiaire Collective, dove lavorano più di 230 persone, si trovano a Parigi, New York, Londra e Berlino. Presto, anche a Milano e Madrid.

Il business va a gonfie vele e, ultimamente, alla nativa presenza digitale è stato associato l’esordio fisico.  Lo scorso maggio ha aperto un pop-up a Bologna, con una collezione che combinava designer emergenti e brand di prima grandezza (Louis Vuitton, Hermès, Chanel).

Aveva fatto altrettanto prima, con Selfridges a Londra e Merci a Parigi. Luoghi fisici dove, oltretutto, è possibile depositare articoli per la vendita attraverso il canale eCommerce.

Il sito è molto conosciuto nell’ambito dell’economia circolare, un modello di consumo in prepotente affermazione tra i consumatori più giovani. È il primo sito per importanza di social shopping online, specializzato nella moda di seconda mano di qualità e di lusso.

Gli articoli trattati da Vestiaire Collective provengono da migliaia di utenti in paesi diversi. Ogni settimana, decine di migliaia di nuovi pezzi vengono selezionati, con un rigoroso controllo della qualità, da un'équipe di stilisti e inseriti in un catalogo fatto da più di 600.000 articoli. Non si contano i membri che vendono a Vestiaire Collective o, piuttosto, che vendono appositamente per poi poter ricomprare sulla stessa community.

A maggio, il sito ha lanciato un sondaggio in 10 mercati dell’Europa, Stati Uniti e Asia-Pacifico. In virtù dei risultati raggiunti e in linea con l’impegno di adesione ai principi di moda circolare da qui al 2020 (iniziativa promossa dalla Global Fashion Agenda), Vestiaire Collective ha creato la Guida definitiva alla moda circolare.

Sostenibile

Il 77% dei consumatori intervistati assegna grande importanza alla sostenibilità della moda. I più convinti sono nel Sud Europa e a Hong Kong: l'85% degli intervistati italiani, l’83% di quelli spagnoli, l'81% quelli asiatici.

Nessuna sorpresa, soltanto il mese scorso il Fashion & Luxury summit di PricewaterhouseCooperha stabilito alcuni punti fermi sul nostro mercato, dove l’80% dei giovani italiani ha fatto acquisti di abbigliamento e accessori online.

Fino 3 giovani su 10 si dichiarano propensi alla moda dello «sharing» anche per beni «molto personali». Solo il 9% degli appartenenti alla Generation Z e l’8% dei Millennials risultano non interessati al vestiario di seconda mano. Il 90% dei giovani, inoltre, è disposto a pagare un premium price per l’acquisto di prodotti fashion realizzati in modo etico e sostenibile.

La sostenibilità è di moda, quindi, ma tutto sembra tranne che passeggera. Lyst è la più importante piattaforma globale di ricerca di moda, 10 milioni di ricerche globali al mese. Il sito e l’app consentono il tour in migliaia di negozi online in tempo reale, facendo da ponte a 12.000 marchi e rivenditori nel mondo, accessibili da un unico indirizzo.

Secondo i suoi dati, nel 2019 le ricerche legate allo shopping sostenibile sono aumentate del 75%. Nel 2020, è bene sottolinearlo, i nati tra il 1995 e il 2012 rappresenteranno il 40% del mercato globale.

Per gli attori del mercato, allora, meglio adeguarsi alla nuova ma già consolidata domanda pre-owned, e velocemente. La prospettiva è affascinante quanto, per certi versi, rischiosa. Non ci riferiamo soltanto alle inevitabili diversificazioni e conversioni dei processi tipici, ma anche ai pericoli insiti in questo particolare tipo di mercato. Le molestie e la compravendita di prodotti contraffatti, per esempio. Scosse di assestamento, ci auguriamo, di un mercato sempre più importante.

 

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