Primo effetto Trump sul Retail: è guerra tra Amazon e la Casa Bianca?

10 nov 2016

Neppure il tempo di chiudere le elezioni presidenziali, che nei media americani viene rilanciata l’ipotesi di una guerra a tutti gli effetti tra Donald Trump e Amazon.

La vicenda trova le sue origini più di un anno fa, quando il neo presidente americano si produsse in una delle sortite che lo hanno reso famoso, sostenendo la necessità di "chiudere internet" perché "alimenta l'estremismo". "Dovremmo vederci con Bill Gates e con molte altre persone che capiscono davvero cosa stia succedendo", affermò Trump all’epoca. "Dobbiamo parlare con loro della possibilità, magari in certe aree, di chiudere questo internet in qualche modo. Qualcuno dirà: 'Oh, la libertà di parola, la libertà di parola!'. Questi sono degli stupidi". Per questa e tante altre dichiarazioni, il Washington Post pubblicò un articolo di opinione nel quale venivano analizzate le ragioni per le quali il particolare modo di esprimersi di Trump non solo non lo danneggiava ma sembrava anzi rafforzarlo. Trump non gradì, e non le mandò a dire a Jeff Bezos, che controlla il quotidiano americano: i suoi tweet successivi alla pubblicazione del pezzo puntarono sia il quotidiano ("perde una fortuna") che il suo proprietario, accusato di aver acquisito il controllo del WP per "tenere basse le tasse per la sua azienda senza profitti, Amazon".

Ora, è noto che Amazon sia un’eccezione tra le aziende di Wall Street: a fronte di un fatturato da molte decine di miliardi di dollari, la "bottom line" della vede quasi sempre profitti nell'ordine delle centinaia di milioni, se non addirittura perdite per i forti investimenti finalizzati all’espansione. Ma di qui a parlare di Amazon come di un'azienda priva di profitti il passo è grande come la fantasia del nuovo inquilino della Casa Bianca. Non sarebbe chiara l’origine della fortuna di Bezos, valutata da Forbes in 35 miliardi di dollari, circa quattro volte quella stimata per il suo avversario. Sta di fatto che all’inizio del 2016 la polemica tra i due crebbe nel tono e nelle dimensioni, e Trump ebbe a dire che Bezos ha usato la sua proprietà come leva politica in modo da proteggere Amazon “for monopolistic tendencies that have led to the destruction of department stores and the retail industry.”

Bezos rispose con ironia a Trump, suggerendo la possibilità di concedergli un ruolo di primo piano in Blue Origin, la sua azienda impegnata nella ricerca propedeutica al turismo spaziale. Con l'hashtag #sendDonaldtospace, Bezos propose di far salire il candidato repubblicano su uno dei suoi razzi per inviarlo nello spazio. Nelle intenzioni con un biglietto di sola andata, of course.

Sentimenti più o meno apertamente condivisi da buona parte dei leader del web: Alphabet-Google ha dato il 70% dei 5,8 milioni di sovvenzioni ai democratici, Facebook i due terzi dei 4 milioni sborsati sui democratici e il resto sui repubblicani, Apple ha contribuito alle presidenziali con 1,3 milioni, lasciando ai repubblicani solo il 13% della somma. LinkedIn ha piazzato sul partito di Hillary il 99,6% dei suoi 509 mila dollari, Salesforce il 94,8% di 633 mila dollari, Netflix il 95% di 330 mila, Adobe il 98% di 204 mila, Dropbox il 98% di 190 mila. Nulla di cui stupirsi, se si guarda al programma elettorale dell’ex segretario di stato: incentivare le materie scientifiche, investire sulla banda larga, facilitare l’accesso al credito per piccoli business e startup, open data e digitalizzazione delle istituzioni come priorità nella relazione tra amministrazione e cittadino, cybersecurity (unico punto in comune con il candidato repubblicano).

Adesso, dopo l’inaspettata (anche se non per tutti) vittoria di Trump (o, a seconda dei punti di vista, l’inaspettata sconfitta di Hillary Clinton), la partita sembra riaccendersi, e Forbes non più tardi di ieri rilanciava la possibilità di un’indagine antitrust contro Amazon, riportando quanto nel maggio scorso Trump ebbe a dire di Bezos: “Amazon and Jeff Bezos have a huge antitrust problem”.