Ti porto la spesa? No, sposta il negozio

Home delivery
Michele Caprini
01 ago 2019

La spesa o il pranzo a casa, nel tempo minore possibile. Un servizio a domanda crescente, che può fare decisiva differenza tra i concorrenti. Siano, questi, retailer o ristoranti.

La guerra delle consegne

Proprio un anno fa, scrivevamo di Kroger e della sua scelta strategica riguardo all’home delivery. Il gigante americano (il 5° al mondo nel settore, 124 miliardi di dollari con più di 3.000 supermercati) aveva puntato sul servizio di consegna entro due ore. Garantito da 1200 punti vendita sul territorio, a cui aggiungere ben 1.165 punti di ritiro.

Quasi un terzo dei consumatori americani non compra sulle piattaforme eCommerce a causa dei costi elevati delle consegne. E la scelta alternativa di Kroger è stata ampiamente premiata.

Andando ancora un anno più indietro, nell’estate del 2017 ci eravamo occupati di dell’acquisizione di Grand Junction da parte di Target, un altro grande nome del retail americano. La scelta era dovuta alla piattaforma di gestione delle consegne, una tecnologia avanzata che abbinava l’inventario dei retailer alle tante società di delivery presenti sul territorio.

 

Carrefour, Glovo e gli altri

In quest’ultimo anno la consegna al cliente, nei tempi e nelle modalità richiesti, è diventata fattore di competizione ancora più forte.

Di pochi giorni fa la notizia dell’accordo tra Carrefour e Glovo. Da ottobre, in sei città del mondo (Roma e Milano, tra queste), i clienti potranno ricevere la spesa in circa mezz’ora, ogni giorno della settimana. Questo permetterà al colosso francese di proporsi con le consegne ultraveloci; per l’azienda spagnola specializzata nelle consegne a domicilio, invece, si prospetta un potenziale, enorme allargamento del mercato.

Nel maggio scorso, d’altra parte, l’importanza competitiva del servizio era stata enfatizzata dall’operazione Amazon – Deliveroo, una partecipazione da 575 milioni di dollari.

L’ultimo botto, proprio oggi. Takeaway.com, società olandese di home delivery, ha messo sul piatto (è il caso di dirlo) 5 miliardi e mezzo di euro per acquisire la rivale Just Eat. Takeaway.com, nel dicembre scorso, aveva rilevato anche le attività in patria di Hero, azienda tedesca che con 24 diversi brand nel mondo vanta a portafoglio circa 250.000 ristoranti.

Criticità del modello

La convergenza, in varia forma, delle operazioni tra retail, ristorazione e operatori della logistica caratterizza il settore da anni. Ma il modello distributore o ristorante – trasportatore – cliente non è esente da pecche, tutt’altro.

Il costo per i primi non è cosa da poco, e le marginalità sono spesso ridotte all’osso. Nei primi tre mesi del 2019, Uber ha accusato perdite per oltre un miliardo di dollari, in buona parte riconducibili alle difficoltà nelle consegne di prodotti alimentari, pur in aumento di volume anche in Europa.

A questo, va poi aggiunto il problema strutturale della gig economy.  I lavoratori rivendicano salari e pratiche sleali; i clienti, d’altra parte, lamentano spesso sui social la scarsa qualità del servizio e delle merci. E ora il problema interessa anche subappalto, clandestinità e microcriminalità.

Per retailer e ristoranti sono all’ordine del giorno la perdita di reddito e il rischio reputazionale a causa di un servizio scadente.

Su tutto, poi, il punto critico per eccellenza: i dati del cliente. Chi ne ha il possesso, detta le regole della partita e rende instabili i rapporti nella catena di fornitura.

Farne a meno? Impossibile. Secondo gli osservatori più affidabili il business della spesa online, entro il 2025, potrebbe arrivare al 20% del totale. Meglio, allora, cercare nuovi modelli.

 

Fleat Network

Parliamo di una start-up tecnologica della Florida per la consegna di quasi tutti i tipi di beni o servizi. Per un costo mensile fisso, distributori e ristoranti che utilizzano Fleat Network possono servirsi di unità di trasporto mappate sul territorio di competenza. Queste sono governate da un sistema evoluto, accessibile via app.

Prodotti di basso valore (per esempio: alimenti di uso comune, cura della casa, cura della persona, medicinali da banco), che si esauriscono frequentemente, sono precaricati sui veicoli. Un inventario mobile, derivato dalla profilazione dei clienti aderenti al servizio.

In una modalità, i clienti possono programmare in un dato giorno la consegna della spesa a casa, al lavoro, in un luogo qualunque.

Nella seconda, che possiamo definire “stazionaria”, il distributore invia più mezzi in luoghi strategici per operare come negozi pop-up. Il tutto, utilizzando il sistema Fleat Network per comunicare con i clienti, inviare promozioni digitali e gestire gli ordini. Senza ingombranti (o dannose) terze parti di consegna.

Non si parla della spesa, ma di un pranzo o una cena? Non cambia una virgola: se il cliente non va al ristorante, il ristorante va dal cliente.

Oltreoceano, intanto, c’è chi sostiene che un distributore convinto che un gig worker immotivato o sub-appaltato sia più utile di un “mobile storefront”, dovrebbe licenziare il CEO.

 

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