SEARS, va in bancarotta un pezzo di storia americana

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22 ott 2018
Il 14 ottobre Sears ha richiesto la protezione del cosiddetto Chapter 11, simile all’amministrazione controllata prevista dalla legislazione italiana.

Sears, negli Stati Uniti, non è (era) un retailer e basta.

La richiesta di accesso al «chapter 11» presso il Tribunale fallimentare non ha destato nessuna sorpresa, ma non per questo può essere archiviata come semplice, nuovo capitolo della cosiddetta (e malintesa) “Apocalypse”. L’epilogo di un lungo periodo di tormenti va ad associarsi a quelli di alti grandi nomi arrivati a fine corsa, come Toys R Us e Bon-Ton.

Parafrasando Philip Roth, è la fine di una storia americana.

La vendita per corrispondenza

Storia che iniziò nel 1886 quando Richard Sears, un capostazione del Minnesota, prese l’iniziativa di vendere per corrispondenza orologi, in società con Alvah Roebuck, abile riparatore di quelli.

Il catalogo Sears è stato un modello epocale di distribuzione. Arrivò a contare fino a mille pagine, e rendeva disponibile all’acquisto qualsiasi cosa. I clienti potevano comprare mobili, elettrodomestici, vestiti, automobili e kit di costruzione di un’intera casa. Anche oppio e cocaina, per un certo tempo: a fine Ottocento erano legali.

1925: il primo negozio

Il successo della vendita per corrispondenza, certificata dal “soddisfatti o rimborsati”, fu tale che l’azienda decise di aprire il suo primo negozio fisico nel 1925, a Chicago. La metafora della caduta di Sears può essere vista proprio nella Sears Tower, eretta in quella città, la più alta del mondo dal 1973 al 1998.

Dalle origini Sears è stato il più importante retailer americano fino al 1989, anno in cui subì il sorpasso da parte di Walmart. La rete di punti vendita era arrivata a sfiorare le 3mila unità, e il numero dei dipendenti aveva superato le 300mila. Alla fine del secondo trimestre 2018 i negozi erano 506, e 90mila i dipendenti.

Dopo 125 anni di storia, finisce in bancarotta per i debiti accumulati e il calo delle vendite. Dal 2012 a oggi si sono accumulate perdite che hanno portato a 10 miliardi di dollari i debiti del gruppo, mentre i beni in possesso sarebbero valutabili intorno al miliardo.

Una fine annunciata

Un anno fa, il prologo della vicenda, con la liquidazione giudiziaria e la chiusura di tutti i negozi in Canada (circa 200, a insegna Sears, Hometown o Corbeil) e il licenziamento di circa 12.000 addetti.

La mancata, radicale trasformazione omnicanale è la causa prima del rovescio. Il vecchio re del retail USA proverà adesso a riorganizzarsi attorno a una piattaforma di negozi più piccola, tentando di proseguire l’attività grazie a nuovi prestiti per 600 milioni di dollari.

Nel frattempo, il 2018 metterà in archivio un record di chiusure di punti vendita: circa 9mila contro i 6.900 del 2017. E l’emotività continua a crescere: “È in realtà – scrive Business Bourse – un’Apocalisse che non sembra aver fine”.