Outlet e shopping tourism, la Pasqua della discordia

02 mag 2019

Outlet McArthur Glen, a Serravalle Scrivia, uno dei più grandi d’Europa: chiuso a Pasqua. Aperto, nei due anni precedenti. Soltanto 3 gli outlet attivi nella festività: Mondovicino Outlet, nel cuneese, Torino Outlet Village, il Fidenza Village in provincia di Parma.

I factory outlet village continuano a crescere di numero, in Italia e in Europa, e sono un modello di shopping experience ormai a prova di bomba. Il fenomeno, in altri paesi, ha giustificato addirittura piani di supporto da parte dei governi. Esempio tipico è la Spagna che, nel 2016, si è dotata di un piano strategico per lo shopping tourism.

Un turismo a sé

Gli outlet sono parte importante di questo genere di turismo. Secondo i dati dello Shopping Tourism Italian Monitor, infatti, sono 1,5 milioni i turisti che scelgono l’Italia avendo lo shopping come fine principale. Con russi e cinesi nel ruolo di clienti più affezionati, i turisti rappresentano complessivamente il 40% dei ricavi dei village italiani.

Gli outlet non giustificano da soli, naturalmente, questo imponente flusso di persone. Gli acquisti fatti dai turisti in alcune delle città più importanti del paese valgono oltre i 2,5 miliardi di euro all’anno. Milano risulta, addirittura, prima destinazione al mondo per lo shopping tourism, davanti a Parigi, Londra e New York. E Roma e Firenze sono stabilmente tra le prime dieci.

Il calendario premia questo tipo di business, ovviamente, soprattutto nei weekend. Con l’eventuale chiusura domenicale, potrebbe non essere più così. La battaglia dura da molto tempo. Parti in causa: il governo con la sua proposta di legge, i retailer e i sindacati del commercio.  

L'audizione alla Camera

Va considerata con attenzione, nel frattempo, la posizione di Roberto Bonati, presidente del Gruppo Outlet Retailers, espressa in un'audizione alla Commissione Attività Produttive, Commercio e Turismo della Camera dei Deputati.

Va premesso che, se approvato, il nuovo assetto imporrebbe due chiusure obbligatorie al mese e, durante l’anno, almeno otto festive.

«Le giornate di sabato e domenica rappresentano il 50% del fatturato degli outlet village, diviso equamente tra le due giornate. Si profila quindi una perdita di fatturato del 20% che rappresenta sostanzialmente il profitto netto dell'attività, perché per offrire prezzi convenienti si lavora con margini ristretti, che necessitano di ampi volumi di vendita».

Riferendosi poi alla forza lavoro, per Bonati «il sabato e la domenica vengono impiegati nella maggior parte dei casi studenti part time. Per i full time o per chi è inserito negli organici aziendali sono previste due turnazioni. In pratica, l'orario è di 40 ore alla settimana, con non più di due domeniche al mese. Si valuta un esubero del 20%, che equivale alla perdita di 4mila posti di lavoro».

L'indotto

Spaventa, e non poco, la ricaduta sullo shopping tourism. Croazia e Svizzera sono sicuramente mete alternative che dalla chiusura dei village italiani ricaverebbero un considerevole impulso. La penalizzazione, peraltro, non riguarderebbe solo gli outlet ma anche le strutture ricettive e ricreative dei dintorni.

E torna sul banco degli imputati l’eCommerce, sempre oggetto di polemiche al calor bianco nelle stagioni dei saldi. Sette giorni su sette e 24 ore su 24 per gli acquisti dal pc o dallo smartphone, senza limitazioni di sorta. Secondo molti operatori della distribuzione fisica, un vantaggio ingiustificabile e illecito.

 

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