Nike, più chiaro di così...

Nike stores
Michele Caprini
31 ott 2019

Per spiegare la scelta di Nike, occorre fare un passo indietro. Già nel 2013, una ricerca di NRF, l’associazione dei retailer statunitensi, preconizzava il particolare futuro tecnologico delle aziende di distribuzione. Queste avrebbero dovuto abbandonare la classica posizione subalterna di fruitori più o meno avanzati delle tecnologie. E, al contrario, avere alla guida manager con una fortissima competenza tecnologica e digitale, premessa indispensabile a qualsiasi piano strategico.

John Donahoe

La storia della competizione americana nel retail, in questi ultimi sei anni, non potrebbe esserne conferma più chiara. Nessuna sorpresa, quindi, quando Nike ha annunciato, nei giorni scorsi, il prossimo abbandono del CEO Mark Parker, che pur rimarrà in azienda quale presidente esecutivo, a favore di John Donahoe.

Figura, quest’ultima, quanto mai indicativa dell’evoluzione dell'azienda e del settore. Già membro del board di Nike, John Donahoe è stato CEO per dieci anni di eBay e da due anni è alla guida di Servicenow, cloud computing company californiana.

Da notare, a dare significato ancora più forte alla scelta di Nike, che il cambio al vertice non avviene a sanare uno stato di difficoltà ma, anzi, dopo una lunghissima storia di successi a firma di Mark Parker.

Gli analisti di Wells Fargo lo hanno definito "uno dei più forti dirigenti del retail nella memoria recente", ricordando che il prezzo delle azioni è aumentato di nove volte sotto la sua gestione. Parker vanta veri e propri record di innovazione di prodotto. E con lui, di fatto, eCommerce ed app sono divenuti centrali nelle operazioni. Come l’innovazione dei negozi della catena, inconfondibili e sempre più app-based.

 

Come Starbucks

Il numero uno dello sportswear mondiale ha scelto John Donahoe perché vuole essere riconosciuto, anche, come leader tecnologico. Storia del tutto simile a Starbucks, che ha voluto alla guida Kevin Johnson, già CEO di Juniper Networks. Dai router al frappuccino, insomma. Non male.

Il “vecchio” Parker non poteva trovare sintesi migliore a presentare il suo successore: forte relazione con Nike, certo, ma soprattutto "la sua esperienza nel commercio elettronico e nella tecnologia. Queste competenze lo rendono ideale per accelerare la nostra trasformazione digitale". 

Il mobile è parte importante di questa trasformazione. Oltre a vendere tramite smartphone, Nike investe continuamente in tecnologia per aggiungere funzionalità nuove come Nike Fit, per abbinare i compratori alla taglia giusta per ogni scarpa.

Il conflitto tra giganti

I cambiamenti epocali del commercio e della distribuzione, negli Stati Uniti, sono conseguenza di un conflitto commerciale senza precedenti, con Walmart e Amazon come protagonisti.  A ogni azione dell’una, una reazione dell’altra. Caratteristica primaria del conflitto: il consolidamento come leader globali, oltre ogni delimitazione concettuale, territoriale e, naturalmente, tecnologica.

In America, i clienti stanno facendo cose impensabili cinque anni fa e il tempo e la velocità sono le nuove valute.

Il confronto impietoso

È così anche in Italia? No e, anzi, assommiamo le nostre penalità ai ritardi generali dell’Europa, per lo meno nel confronto con USA e Cina. E, a dirla tutta, è un problema che affligge non soltanto il retail.

Secondo l’ASSIRM innovation Index, la Svezia si conferma con stabilità al primo posto del ranking continentale, seguita da Paesi Bassi e Regno Unito. Come già rilevato nel 2018, l’Italia lamenta uno svantaggio netto rispetto ad altri paesi europei. Dopo aver perso, nel 2014, il suo vantaggio competitivo sulla Spagna, ha ceduto anche al Portogallo. Fanalino di coda la Grecia, unico paese con indice di innovazione negativo.

Nella ricerca di NRF citata in apertura, veniva esplicitato (nel 2013, è utile ricordarlo) “Ai leader del retail sarà richiesto di essere digitalmente fluenti per assumere la leadership. Che si tratti di valutare la preparazione digitale del team dirigenziale, o di realizzare decisioni difficili sul capitale, i tempi e il rischio delle strategie di integrazione, siamo pronti a vedere una nuova generazione di CEO quali supervisori della trasformazione digitale in azienda”.

Forse l’hanno letta in pochi.