Food delivery, le tre facce della medaglia

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Michele Caprini
07 lug 2019

Food delivery: in Italia 566 milioni di euro di ricavi, in aumento del 56% anno su anno. I numeri dell'Osservatorio eCommerce B2C, resi noti nei giorni scorsi, fotografano un andamento di tutto rispetto del settore. Quasi tutte le città italiane (il 93%) con più 50.000 abitanti sono raggiunte dai servizi di consegna a domicilio. Due anni fa erano il 74%.

Il mercato

Nel mondo, i numeri sono ancora più indicativi del cambiamento radicale, maturato negli ultimi anni, delle abitudini di consumo. Secondo Statista, uno dei leader mondiali delle ricerche di mercato, nel 2019 i ricavi dei servizi di food delivery nel mondo varranno 107 miliardi di dollari. Erano 76 nel 2017, saranno 157 nel 2023. Il tasso di crescita previsto, nel periodo 2019-2023, sarà mediamente del 9.9%. Questa è la prima faccia della medaglia virtuale da appuntare al settore.

I dati

Ne beneficiano, naturalmente, le piattaforme online di consegna al cliente. Aumentano gli utenti, passando dai 365 milioni del 2018 agli 818 del 2023. La Cina è il primo paese al mondo per ricavi dal servizio: circa 40 miliardi dollari. Seguono USA, India, Regno Unito e Giappone.

In Italia, per la piattaforma per la gestione della visibilità online Semrush, la query su Google “cena a casa” è quattro volte superiore, in volume, a “cena al ristorante”. Nello scorso maggio Just Eat ha registrato 555mila ricerche, al secondo posto Deliveroo con 142mila. Questa è la seconda faccia della medaglia, che comporta, però, non pochi dubbi sull’uso dei dati del consumatore.

La battaglia sulla privacy occupa spazio sempre maggiore nell’informazione. Lo scorso 8 giugno Fortune Italia esce con un titolo esplicito: “La miniera d’oro dei dati: le app di food delivery”. Sono interpellate tutte le principali aziende del comparto, una delle quali rifiuta di rispondere.

Verso la fine di giugno, il Garante per la protezione dei dati personali apre un’istruttoria inviando gli uomini della guardia di finanza nella sede milanese di Deliveroo. L’azienda definisce l’operazione delle Fiamme Gialle “di routine”; riserbo dovuto, per ora, dalle parti.

Per Deliverance Milano , sindacato autonomo dei precari e fattorini della provincia lombarda, acquisizione e compravendita dei dati sono una delle negatività della "gig economy".

Il lavoro

Ci perdonino filosofi e fisici, ben più in diritto di noi a esprimersi: la terza faccia, particolarmente oscura, è il lavoro. Ci siamo già occupati di questo problema, e ne dobbiamo rilevare un'ulteriore involuzione.

Il 16 giugno, dal New York Times un’inchiesta sul “subaffitto” dell’account in Francia. In poche parole, migranti irregolari, richiedenti asilo e minorenni che rilevano illegalmente l’account dei fattorini, effettuano le consegne a loro nome e versano loro dal 30 al 50% del ricavo del servizio. All’origine, le cattive condizioni di lavoro e retributive dei rider, che renderebbero, addirittura, preferibile questa forma di “subappalto” alla consegna effettuata in prima persona.

Esemplificativa la vicenda di Aymen Arfaoui. Diciottenne tunisino immigrato irregolarmente, "alloggiato " in un'auto abbandonata, ha affittato irregolarmente l'account di un rider di Uber Eats. Il guadagno: 17 euro per quattro ore di lavoro.

Un caso limite? No. A Liz Alderman, corrispondente francese del NYT e autrice dell'inchiesta, Alexandre Fitussi, direttore della filiale francese di Glovo, ha esposto i termini reali del problema. Secondo il manager, i corrieri hanno creato un proprio sistema di sfruttamento, rivolgendosi proprio ai "sans-papier". Almeno il 5 per cento dei 1.200 corrieri settimanali di Glovo sarebbero immigrati clandestini. Coinvolti, come detto, anche richiedenti asilo e minorenni, disposti a lavorare per molte ore e guadagno minimo, e indipendentemente dal traffico e dal tempo.

 

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