La logistica, il retail e gli struzzi

Fausto Caprini
20/06/2021
in sintesi
I gravi, fatti di cronaca che hanno interessato aziende della logistica confermano che, anche nel retail, l'innovazione deve partire da premesse chiare, per farsi tramite di progresso comune senza passare per pratiche scorrette di gestione e inconsapevolezze sospette o strumentali.

I recenti, gravi, fatti di cronaca che hanno interessato aziende della logistica a Tavazzano (a leggerne, sembrava di tornare ai tempi dell’agenzia Pinkerton e qualche cinefilo, forse, avrà pensato a F.I.S.T.) e Biandrate non mi sorprendono. Confermano, semmai, quanto sosteniamo qui, da anni.

Marco Imarisio, sul Corriere della Sera, scrive della “filiera nostrana della logistica, una specie di giungla dove non esiste legalità e tanto meno tutela”. Può darsi, ma credo che limitarsi all’esorcismo del singolo settore, senza valutarlo nella responsabilità globale del mercato, non serva alla comprensione del presente e, meno che mai, delle derive del futuro. In questo, il retail ha delle responsabilità? Si. E non parlo solo di chi vende, ma anche di chi compra.

La qualità del network distributivo è essenziale per qualsiasi operatore. L’emergenza sanitaria, poi, ha dilatato la domanda e le aspettative di consumo; l’integrazione tra logistica e retail procede di gran passo e si fa elemento chiave della competizione, fino a modificare la natura stessa dei concorrenti. Un esempio macroscopico viene dagli Stati Uniti, dove Amazon si sta battendo direttamente con tutti i principali vettori, dal servizio postale a Fedex (la stessa azienda coinvolta negli scontri di Tavazzano) e UPS. La contesa è globale e, tra i mezzi per alimentarla, c’è l’insourcing voluto dai grandi soggetti del mercato per il volume aggiuntivo dell’ultimo miglio.

Dovendo disporre della merce in posizioni strategiche e con strutture ottimizzate per i corrieri, la rincorsa agli spazi cresce, a ritmi vertiginosi. Gli investimenti sono proporzionati al bisogno crescente, e i costi aumentano. La guerra commerciale si combatte nella corsa al ribasso, abbassando le soglie di tolleranza, dividendo gli addetti tra precari e teorici “appaltatori indipendenti”, nell’assenza o nella trasgressione di regole e garanzie per chi lavora in magazzino e per chi macina chilometri, anche decine di volte al giorno.

La crescita prepotente dell’eCommerce, poi, enfatizza negativamente il ruolo di chi compra, che fa spesso sua la pratica degli struzzi, pretendendo il servizio, gratuito o sottopagato, quale accessorio dovuto per diritto divino e nascondendosi il prezzo che questo comporta per tutta la filiera. È un consumatore, magari, affascinato dalla sostenibilità, gradita come idea e disattesa nella pratica, pronto a scatenarsi all’ultimo click appena la grancassa del “dove vuoi, come vuoi, quando voi” prende a battere ossessiva. È ladro chi ruba e anche chi tiene il sacco, vale la pena ricordarlo.

L’innovazione deve partire da premesse chiare, farsi tramite di progresso comune senza passare per pratiche scorrette di gestione e inconsapevolezze strumentali. La responsabilità è di tutti, e tutti devono fare la loro parte.

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