Smart working, wrong thinking

FAUSTO CAPRINI
30/06/2020
in sintesi
Le parole di Beppe Sala, sindaco di Milano, hanno avviato il confronto sullo smart working, tra gli effetti più evidenti e ideologizzati del lockdown. La prospettiva di un modello organizzativo definitivo, sia pure per gruppi limitati di lavoratori, implica rischi considerevoli per gli equilibri sociali e delle aziende.

«Stop allo smart working, torniamo al lavoro. L’effetto grotta è pericoloso». Le parole del sindaco di Milano, Beppe Sala, hanno alimentato il confronto sulle scelte da prendere dopo la fine, parziale, dell’emergenza sanitaria. Al di là delle parole scelte, la preoccupazione di Sala è comprensibile per chi, come lui, si deve preoccupare delle prospettive sociali e economiche di un organismo complesso come una città metropolitana.

SMAT WORKING PER CHI?

Credo che, per prima cosa, si debbano dare le giuste dimensioni al fenomeno. Lo smart working è tra i temi del momento, però non interessa l’intera comunità ma solo una sua parte, e minoritaria. Impossibile pensare al “telelavoro” per la grande maggioranza dei lavoratori italiani. Sarei curioso di vederlo applicato a chi guida l’autobus, a medici e infermieri, a chi lavora in fabbrica o in una catena della distribuzione, a chi consegna le merci, a chi presta servizi di varia natura, dal bar all’idraulico. E la lista delle attività necessariamente “dirette” sarebbe, naturalmente, ben più lunga.

Secondo il Ministero del Lavoro, al 29 aprile la modalità di lavoro in remoto interessava 1.827.792 lavoratori nel settore privato, di cui 1.606.617 a seguito delle norme anti-Covid. Secondo ISTAT, alla stessa data risultavano, in Italia, 25.520.000 occupati. Mi riesce difficile pensare che fossero in larga parte giornalisti, videomaker, consulenti, operatori di trading online e blogger.

QUALE NORMALITÀ?

Il primo cittadino milanese ha espresso preoccupazione per le conseguenze possibili dello smart working. Credo che questo vada inteso come un’opportunità, perseguita durante l’emergenza, che non può sostituirsi indiscriminatamente alla normalità. Il riferimento è, in primo luogo, alla costrizione che deriva dalla mancanza di relazioni dirette, non surrogate tecnologicamente, tra le persone costituenti un corpo aziendale. E, conseguentemente, ai rischi di marginalizzazione che, per loro, ne derivano.

La riduzione dei costi, come effetto indotto dallo smart working, fa gola a molti, che lo vedono come modello organizzativo obbligatorio e definitivo. Attualmente, però, questa avviene tramite un puro trasferimento di costi dall’azienda al dipendente. Credo che, in presenza di un obbligo, venga meno la natura stessa dello smart working che vuole a premessa fiducia, libertà e responsabilità finalizzate a massimizzare il contributo del dipendente.

In definitiva, posso pensare ai vantaggi teorici di questa pratica per le persone: flessibilità oraria, maggiore autonomia, risparmio economico e di tempo (ad esempio la riduzione dei tempi di commuting). Dell’interesse per le aziende, ho già detto, ma sono convinto che dietro le lusinghe immediate dello smart working ci siano anche seri rischi d’inefficienza e instabilità su cui occorrerebbe riflettere.

I RISCHI

Ad esempio, l’estensione dell’orario di lavoro (reperibilità e disponibilità senza limiti effettivi), la commistione dannosa di professionale e privato (nel concetto e negli spazi fisici), l’indebolimento dei meccanismi di tutoring e formazione tipicamente abilitati dalle relazioni personali e di team.

E, ancora, le difficoltà indotte dalla concomitanza dello smart working con la gestione famigliare e domestica, i fattori di distrazione, l’impatto sulla vita famigliare con più persone collegate con dispositivi diversi in ambienti non adatti (dalla camera da letto alla cucina) e connessione domestica spesso molto poco performante ad allargare ancora di più elementi di “digital divide” tra lavoratori di classe A e classe B.

Ho già detto, poi, dell’impossibilità di applicazione di questa modalità occupazionale alla grande maggioranza dei lavoratori.

IL RECUPERO DELLA NORMALITÀ

Non mi convince l’idea di una azienda immaginata solo come a un insieme di punti di connessione. Credo che l’entusiasmo spesso acritico per lo smartworking sottovaluti ampiamente alcuni elementi che, pre-Covid, avevano una certa rilevanza come, per stare sugli inglesismi, il work-life balance o il team building o, semplicemente, lo scambio di idee al volo in corridoio o alla macchinetta del caffè. Troverei del tutto innaturale e dannoso, per l’azienda stessa e per chi ci lavora, sottovalutare questi aspetti.

Lo smart working, da alternativa per limitati gruppi professionali, corre il rischio di diventare ideologia e prospettiva ingannevole a causa di una crisi; adesso vorrei tornare con i piedi per terra e magari capire come utilizzarlo al meglio. Recupererei quindi una normalità, da non confondersi con “new normal”, termine alla moda declinato, credo superficialmente, da più parti.