Non c'è dazio che tenga

LORIS NADOTTI
18/10/2019
in sintesi
Dalla primavera del 2018 infuria la guerra commerciale tra l'America di Trump e la Cina. Poi, è stata coinvolta l'Europa. Il dazio è moneta forte in chiave elettorale, ma non paga: la competizione vera passa per altre strade.
Loris Nadotti è Professore Ordinario di Economia degli Intermediari Finanziari all’Università di Perugia. Nello stesso ateneo è Delegato del Rettore per Brevetti, Innovazione e Trasferimento tecnologico. È autore di pubblicazioni scientifiche nell’ambito della sua disciplina d’insegnamento e sul tema del rapporto tra ricerca, università e innovazione.

R. Il dazio è la rappresentazione più semplice della guerra commerciale fra Trump e la Cina e del “via libera” del WTO alle sanzioni americane contro l’Unione europea. Ma il protezionismo paga?

LN. No, il dazio non ha mai pagato. Per una ragione molto semplice: limita lo scambio commerciale, le vendite e la produzione, quindi la crescita.  Proteggersi senza dazi significa innovazione: fare cose nuove, migliorare la qualità delle merci, puntare sulle tecnologie. Nel contesto odierno della politica americana, il dazio è denaro contante per la rielezione, e su premesse assurde.

R. Per esempio?

LN. Nelle stime dell’American Farm Bureau, nel 2018 la Cina ha dimezzato le importazioni dei prodotti agricoli statunitensi a 9,1 miliardi di dollari, rispetto ai 19,5 miliardi del 2017. Così facendo, la politica del dazio ha colpito proprio il midwest americano, quella parte d’America che ha espresso il consenso più alto al presidente.

REAGANOMICS…

R. Eppure Trump, al pari di Bush che nei primi anni duemila andava alla guerra per “difendere l’acciaio americano”, pretende di avere un precedente virtuoso nella “reaganomics”.

LN. Tutt’altra storia, le cui ragioni sono state poi certificate nel tempo dagli economisti più seri. L’iniziativa di Reagan era accompagnata anche da politiche di apertura commerciale, come la proposta di un mercato unico nel Nord America. E, soprattutto, i benefici ottenuti dal governo repubblicano negli anni Ottanta furono determinati dal taglio alle imposte sugli investimenti in ricerca e sviluppo. Parlo del cosiddetto “Research and Experimentation Tax Credit” che diede una spinta formidabile all’innovazione e, quindi, alla competitività degli Stati Uniti.

R. Messa così, prima o poi dovrà esserci un redde rationem.

LN. Stiamo parlando, purtroppo, di situazioni in cui l’irrazionalità è destinata a crescere ancora. In vista del possibile rinnovo presidenziale, naturalmente.

INNOVAZIONE, IL MOTORE VERO DELLA COMPETIZIONE

R. “Rewind”: il dazio non paga, la competizione sui mercati premia chi fa innovazione. Giusto?

LN.  È così. Se la competizione è stata alimentata, per alcuni paesi, dalla capacità di produrre a costi più bassi, in epoche più recenti il cambio di direzione degli stessi soggetti è stato evidente. Corea del Sud e Thailandia, per esempio, investono significativamente in innovazione. Se guardiamo alla Cina, poi, è tutto ancora più chiaro. L’Italia investe in Ricerca e Sviluppo l’1,1% a volte l’1,2% del PIL, peraltro in calo. La Cina investe il 2% di un PIL in crescita e superiore di sei o sette volte, per confronto, a quello italiano. E i risultati sono sotto agli occhi di tutti.

R. Le nuove potenze asiatiche, certo. Ma nel nostro occidente esiste un modello possibile cui guardare?

LN. L’interazione fra università, impresa privata e stato, basata su piani condivisi e finalizzata allo sviluppo economico e sociale. I tre soggetti citati sono le pale della “tripla elica” teorizzata da Henry Etzkowitz negli anni novanta. La premessa comune, in buona sostanza, ad assetti organizzativi, istituzionali e finanziari per promuovere e sostenere il cambiamento.

R. Il che comporta, naturalmente, un concetto ben diverso di “spesa pubblica” rispetto alla percezione negativa che ne abbiamo in Italia.

LN. L’ostentato richiamo al liberismo di Adam Smith ha lasciato spazio a una realtà diversa. Come sostiene l’economista italiana Mariana Mazzuccato, la creazione di ricchezza è determinata da innovazioni generate dalla spesa pubblica: ne serve consapevolezza. Basta pensare a quanto ha beneficiato il mercato consumer dagli investimenti per la “difesa” decisi dai vari governi americani. Guardo il robot aspirapolvere che gira sui pavimenti di casa e penso al suo “antenato”, che tracciava le mine e ne permetteva la rimozione.

IL RITARDO ITALIANO

R. Secondo le stime di ASSIRM, l’Italia penultima è per innovazione in Europa, e senza virtuosa connessione tra pubblico e privato saremo sempre al palo. C’è modo di rimediare al ritardo?

LN. La risposta è semplice, ma implica volontà politiche molto forti: il nostro sistema pubblico di ricerca deve trovare sponda nell’imprenditoria. Per anni ci siamo cullati nel mito del “piccolo è bello”, ma per fare innovazione seriamente servono logiche, risorse e piani comuni d’investimento. Con la necessaria selettività, aggiungo, perché gli investimenti a pioggia sono una soluzione peggiore del problema. Gli interlocutori per il settore privato sono le eccellenze conosciute del nostro sistema: università, CNR, ENEA.