Spreco alimentare, minacce e opportunità per il Retail

02/04/2016
in sintesi
Lo spreco alimentare non è più un mero problema d’immagine, ma una discriminante della competizione. La risposta multiforme del Retail.

Lo spreco alimentare non è più un mero problema d’immagine ma una discriminante della competizione. Non è una sorpresa perché l’etica del consumo, secondo Boston Consulting, interessa i due terzi dei manager d’impresa, mentre Nielsen parla addirittura di “imperativo”, indicando nel 66% la quota delle persone che nel mondo sono disposte a spendere di più in cambio della garanzia di sostenibilità dei prodotti (era il 50% nel 2013 e il 55% nel 2014). L’elusione di questo impegno può costare molto cara alle aziende che non approntano piani adeguati alle aspettative dei clienti.

Va da sé che il Retail è tra i settori toccati più direttamente dalla crescente sensibilità dei consumatori e dall’attenzione dei media, e altrettanto normale che l’attenzione al problema sia altissima negli Stati Uniti: secondo il Dipartimento Americano dell’Agricoltura, 15 milioni di bambini americani che vivono in famiglia soffrono la fame e altri 50 milioni di americani devono combatterla ogni giorno. Allo stesso tempo, secondo uno studio della Bloomberg School of Public Health lo spreco alimentare in America è pari a 162 miliardi di dollari, tra il 31% e il 40% delle forniture totali di cibo. Questa la premessa alle decisioni per alcuni aspetti clamorose, ma sicuramente decisive ai fini della difesa della propria immagine, di alcuni giganti della distribuzione, del food e della ristorazione.

Starbucks il mese scorso ha annunciato la propria adesione al programma Food Share contro lo spreco alimentare. Questo comporterà la donazione a chi ne ha bisogno di tutto il cibo invenduto nei 7.600 punti vendita americani, considerando come tale non solo muffin, sandwich e prodotti da forno ma anche i piatti pronti e i famosi bistro-boxes. Questi prodotti erano giudicati inadatti a pratiche virtuose contro lo spreco alimentare proprio perché freschi e deperibili, ma grazie a un accordo con le associazioni di volontariato e un sistema di trasporto refrigerato, potranno adesso essere consegnati in 24 ore ai destinatari. Nella stessa direzione le scelte organizzative di altre catene distributive come Chipotle, KFC, Taco Bell e Olive Garde.

Anche il retailer per definizione, Walmart, ha preso un’importante iniziativa, denominata “Fight Hunger Spark Change” a supporto della quale agiscono cinque fornitori di Walmart tra i più importanti produttori alimentari della nazione: Campbell Soup, General Mills, Kellogg’s, Kraft Heinz e PepsiCo. La campagna prevede tre momenti diversi: fino al 25 aprile Walmart vincolerà all’acquisto dei prodotti target la somma sufficiente a garantire un pasto fornito da Feeding America (la più grande banca americana del cibo); contemporaneamente tramite l’hashtag #FightHunger si promuoveranno le donazioni all’organizzazione, e per ogni tweet contenente l’hashtag Walmart donerà l’equivalente di 10 pasti, fino a un massimo di 1,5 milioni di dollari; un altro milione e mezzo di dollari sarà comunque erogato a Feeding America. Per Kathleen McLaughlin, presidente della Fondazione Walmart e direttore della sostenibilità per Walmart, l’obiettivo è la generazione dell’equivalente di 75 milioni di pasti.