Retail italiano, demografia e immigrazione: alla ricerca del senno perduto

 

Il Retail è lo specchio più attendibile dei mutamenti sociali e dei comportamenti. I manager del Retail sono continuamente impegnati nello sforzo di interpretazione di questi cambiamenti, in una continua revisione dei propri modelli: strategia digitale, formati, assortimenti, modelli operativi.

Uno dei più importanti fenomeni di trasformazione del retail di cui si parla spesso in modo impulsivo o pregiudiziale è l’immigrazione. Il nostro amministatore Delegato, Fausto Caprini (FC) ne ha parlato con Roberto Lancellotti (RL), fino al 2017 Manager e Senior Partner di McKinsey in Europa e Medio Oriente, che oggi si occupa di disoccupazione giovanile e immigrazione come ricercatore e imprenditore sociale. Insieme a Stefano Proverbio, ancora di provenienza McKinsey, in questo mese ha proposto su “Sette”, il magazine del Corriere della Sera, un dialogo teatrale sul tema dell’immigrazione.

FC: Il retail italiano negli ultimi anni ha affrontato un significativo rallentamento dei consumi: non si tratta di un fenomeno solamente congiunturale: alcuni fattori come la demografia hanno un ruolo fondamentale. Mi sbaglio?

RL: Visti i trend di natalità, la popolazione italiana è destinata inesorabilmente a diminuire e invecchiare nei prossimi decenni. Dal 1995 al 2015 i nativi italiani in età lavorativa sono diminuiti di circa tre milioni, altri quattro ne mancheranno al 2030 e addirittura dodici al 2050: è il 30% per cento dell’attuale forza lavoro. L’invecchiamento della popolazione colpirà pesantemente i consumi: gli anziani consumano nel complesso il 14% in meno dei giovani, la “penalizzazione” prevista è di mezzo punto di PIL all’anno. Questa tendenza è un freno a qualsiasi ipotetica ripresa e metterà sotto pressione il welfare, in termini di costi sanitari (fortemente dipendenti dall’età media della popolazione) e di sostenibilità delle pensioni (con un rapporto tra lavoratori e pensionati che senza immigrazione arriverebbe a 1:1 al 2050, chiaramente insostenibile).

FC: Ecco, appunto. L’immigrazione è il tema della vostra ricerca e mi sembra di capire che per voi un freno alla diminuzione dei consumi possa venire prevalentemente da quel fronte.

RL: L’immigrazione è una risorsa importante per contrastare i trend negativi e rilanciare crescita e welfare. Certo la produttività è ferma da inizio millennio, e vanno aumentati i tassi di partecipazione al lavoro, soprattutto per giovani e donne. Il sostegno alla natalità è importante, ma per un’inversione di rotta servirebbero famiglie numerose come a inizio ‘800: impossibile. Piaccia o no, serve una robusta iniezione di immigrati nella nostra economia. Gli scenari più ottimisti sul nostro welfare si basano su saldi di immigrazione nettamente superiori a quelli attuali (tra 220 e 300 mila all’anno fino al 2030, molti più dei 133 mila del 2015). Senza un contributo rilevante dall’immigrazione il welfare potrà tornare in equilibrio solo con pesanti riduzioni delle prestazioni pensionistiche e sanitarie.

Principali paesi di origine degli immigrati e presenze a fine 2015

Paesi di origine immigrati

 

FC: In sostanza tu vedi la questione demografica come un fattore di rilevanza assoluta per qualunque strategia di crescita del retailer.

RL: Il tasso demografico negativo ostacola la crescita e la tenuta dei consumi. L’invecchiamento della popolazione crea nuovi bisogni e spostamenti importanti del mix di spesa. Gli immigrati saranno un segmento di consumatori sempre più importante per numero, e relativamente più giovani e attivi. Le strategie di category e di assortimento non potranno prescinderne. Inoltre, come già avvenuto per altri settori, i lavoratori immigrati possono essere un’importante risorsa per molte delle professionalità necessarie al settore.

FC: Chiaro. Però non puoi negare che se le considerazioni economiche sono fondamentali, l’immigrazione è comunque fonte di forti tensioni sociali.

RL: È innegabile che i problemi relativi all’immigrazione siano molto sentiti dalla popolazione, ovunque nel mondo. Gli italiani sono tra i più preoccupati dal fenomeno anche a causa della crisi economica e della confusione tra immigranti, rifugiati e terroristi: quasi i due terzi dei nostri connazionali ritengono che ci sia troppa immigrazione già oggi e la grande maggioranza ritiene che l’impatto sul paese sia negativo. Sono miti da sfatare in gran parte.

FC: Proviamoci, allora. Gli immigrati sono davvero troppi?

RL: No. La percentuale d’immigrati in Italia è minore rispetto agli altri grandi paesi europei: da noi sono circa 5 milioni, meno del 10% della popolazione anche considerando i naturalizzati. E il loro tasso di crescita negli ultimi anni si è mantenuto basso: l’Italia è in gran parte un paese di transito per loro. Certamente se ne avverte la presenza soprattutto nelle grandi città, ma solo a Milano si contano intorno al 20%, in media con le principali città europee.

FC: Più immigrati, meno lavoro per gli italiani?

RL: No. In Italia esiste una disoccupazione elevata, ma non dipende dall’immigrazione quanto da cause strutturali aggravate dalla crisi e dall’evoluzione tecnologica. Ciò che cambia davvero è la natura del lavoro: le occupazioni intermedie si stanno contraendo in tutti i paesi (-10% tra il 1993 e il 2010 in Italia) a favore delle specializzazioni e di occupazioni poco qualificate e poco attrattive. La competizione tra immigrati e italiani riguarda solo una quota modesta di lavoro poco qualificato, meno del 15% della forza lavoro totale. Certo molte aziende sopravvivono grazie a retribuzioni per gli immigrati del 20/30% inferiori a quelle degli italiani, ma l’alternativa sarebbe la delocalizzazione della produzione, triste storia ben conosciuta. Gli immigrati colmano poi lacune dove non esiste un’offerta adeguata di lavoro italiano: nell’assistenza agli anziani, per esempio, con un fabbisogno in crescita del 25% nei prossimi quindici anni. Quanto più il paese invecchia, tanto più sarà importante adeguarsi.

Incidenza degli immigrati sulla popolazione (2015)

Incidenza immigrati su popolazione

FC: È convinzione diffusa che l’immigrazione non contribuisca alla crescita: ci danneggiano anzi le rimesse nei paesi d’origine e l’uso dei servizi pubblici, già in sé carenti per gli italiani.

RL: Anche questo non è vero. Più di 500 mila imprese non individuali sono condotte da stranieri, e crescono del 6% all’anno mentre quelle condotte da italiani scendono dell’1%. Hanno un impatto positivo per circa 3 miliardi di euro/anno sui conti pubblici perché sono una popolazione giovane che richiede meno servizi rispetto a quella italiana, in media più anziana, e contribuisce a pagare le pensioni agli italiani. Peraltro molti di loro pagano contributi per pensioni che non percepiranno. È vero invece che le rimesse rappresentano un esborso di valuta importante (circa 5 miliardi), ma sono un costo che intacca il bilancio delle partite correnti, area in cui l’Italia è largamente attiva.

FC: Gli immigrati “vantano” il primato criminale. Sì o no?

RL: È vero, ma solo per gli irregolari. Questi sono meno del 10% del totale ma per certe tipologie di reato commettono tra il 60% e il 90% dei reati totali degli stranieri. Comunque nonostante l’aumento di immigrati il numero dei delitti di ogni tipo è in calo dal 2013. Inoltre il dato va “pesato” attentamente: tra gli immigrati sono presenti molti più maschi giovani rispetto agli italiani, gruppo sociale in tutto il mondo caratterizzato da tassi di delinquenza più elevati; in Italia gli immigrati “maturi” oltre i 44 anni delinquono meno degli italiani.

FC: Quindi la tua tesi è che gli immigrati servono e che i problemi che generano vanno gestiti. Suggerimenti concreti su cosa fare?

RL: Per prima cosa anteporre i numeri alla “pancia”: dobbiamo conoscere il fenomeno nella sua reale entità e sapere come intervenire. Poi occorre allineare il numero di ingressi e il mix qualitativo alle necessità del paese e procedere a una integrazione vera. Dobbiamo uscire dalla gestione “emergenziale”, per strutturare in pianta stabile processi di riconoscimento e decisione veloci e, per chi ne ha diritto, percorsi di integrazione basati su lingua, istruzione e lavoro. È la strada scelta dalla Germania dal 2015, quando ha dovuto affrontare un flusso di ingressi otto volte superiore al nostro.

FC: Già oggi i retailer stanno sviluppando proposte che vanno nella direzione che suggerisci ossia quella di una crescente integrazione dei flussi migratori: basta guardare gli assortimenti o i servizi offerti con sempre maggiore frequenza. Di certo vale la pena di portare la questione al centro delle valutazioni strategiche di ogni azienda retail.

 


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