JD.com contro Alibaba, identità diverse e obiettivi comuni

 

JD.com e Alibaba: da noi quando si parla dei due giganti cinesi le identità si sfumano fino a nascondersi in un vago e omnicomprensivo “e-commerce”. Non è così. Alibaba ha al momento il 55% del mercato online cinese contro il 25% della concorrente, ma il loro modello di commercio digitale differisce sostanzialmente.

Identità diverse

Alibaba è principalmente un marketplace B2B che punta sullo sviluppo degli scambi; non vende direttamente prodotti, ma uno spazio in rete dove individui, negozi, imprese fanno business. JD.com è principalmente un retailer online B2C, il più grande della Cina, che sta oltretutto guadagnando un ampio vantaggio tra i consumatori cinesi di fascia più alta, coloro che alimentano la domanda di beni non disponibili sul mercato interno.

JD.com è certamente più vicino al modello di Amazon: conta circa 300 milioni di utenti attivi che acquistano in media 26 articoli all’anno e sono serviti in ore. L’azienda ha investito molto nella logistica e nelle infrastrutture per garantire che le merci autentiche e di qualità vengano consegnate lo stesso giorno se ordinate entro le 11:00. JD.com consegna il 90% dei prodotti entro 24 ore mentre per Alibaba il 70% degli ordini viene evaso dopo 3 giorni. Alibaba, con la sua piattaforma Tmall controlla la metà delle transazioni online tra professionisti e persone e domina il mercato degli scambi da persona a persona con Taobao, un sito orientato alla compravendita tra privati simile a eBay; mentre questo è considerato dai più luogo dove comprare prodotti di seconda mano o di nicchia in occidente, Taobao gode invece di larga diffusione come tramite di acquisto di prodotti economici. Non mancano i rischi, però: per il secondo anno consecutivo la rappresentanza americana per il commercio estero lo ha inserito nella blacklist delle piattaforme online che vendono merci contraffatte.

Obiettivi comuni

Se al commercio digitale JD.com e Alibaba devono fortuna e fama, sono però realtà più complesse che si stanno affermando come testimonial d’eccellenza del Retail come business unitario. La distribuzione fisica ne è infatti obiettivo strategico comune. Rewind: la scorsa primavera da un’intervista al leader di Alibaba Jack Ma i media assumono il neologismo “New Retail”. Nuovo per modo di dire, perché da tempo si discute dei quattro aspetti che lo compongono: Retail online, offline, logistica e gestione dei dati integrati su un’unica catena di valore. Con parole meno alla moda potremmo semplicemente dire che, come peraltro già verificato nel nostro Occidente, la distribuzione fisica resta la più importante per gran parte dei consumatori.

Le vendite online sono sì cresciute, superando per la prima volta nel 2017 il trilione di dollari in valore, ma i dati forniti dalle fonti più autorevoli (come il Ministero del Commercio cinese e la società di ricerche Fung Business Intelligence) assegnano alla vendita tradizionale di beni di consumo una quota superiore all’80% del Retail nazionale nel suo insieme. E all’integrazione con quella stanno puntando tutti i soggetti più importanti del mercato: JD.com e Alibaba, sicuramente, ma non solo. L’ultima puntata della connessione di fatto dei due commerci è nell’iniziativa di un gruppo di investitori -guidato da Tencent, la holding cui appartiene WeChat, e proprio JD.com – che investirà 34 miliardi di yuan (circa 4,32 miliardi di euro) per acquisire il 14% di Wanda, colosso del settore immobiliare commerciale. L’operazione è la risposta alle alleanze strette da Alibaba Group Holding con alcuni tra i più noti supermercati del Paese (Bailian Group, Lianhua Supermarkets e in ultimo il gruppo Sun Art Retail, insegna che raggruppa 460 outlets sul territorio, controllato per metà da Auchan). Oltre che, naturalmente, ai supermercati grocery Hema che Alibaba ha lanciato nel 2015.

Lo strappo di 7Fresh

JD.com, già in stretta collaborazione con Walmart (che si appoggia al suo network di distribuzione per consegnare i prodotti acquistati dai consumatori cinesi nei suoi 400 e più punti vendita nel Paese), ha fatto invece il botto con 7Fresh, che si può definire il supermercato del fresco allo stato dell’arte. In un design del punto vendita altamente innovativo la tecnologia abilita l’integrazione dei due commerci: “magic mirrors”, carrelli della spesa robotizzati, pagamenti in self-checkout grazie al riconoscimento facciale integrato nell’app dell’insegna, consegna a domicilio della spesa entro 30 minuti dall’ordine per i clienti che risiedono entro cinque chilometri dal negozio. JD.com gestisce oggi la più grande catena logistica del freddo in Cina, con circa duemila fornitori alimentari, e intende sviluppare il format 7Fresh con almeno mille aperture in Cina nei prossimi 3-5 anni.

La competizione è globale, il Retail italiano è in ritardo

Il confronto tra i due Retailer caratterizza il mercato cinese e mondiale e gli USA ne sono una dimostrazione. Trump, che del protezionismo ha fatto bandiera, è tentato dalla collaborazione con Alibaba. Questo perché tra la Cina e gli Stati Uniti c’è un forte squilibrio tra import ed export, circa 350 miliardi di dollari, e attraverso la piattaforma di Alibaba i piccoli imprenditori americani potrebbero raggiungere, facilmente e senza intermediazioni, un target enorme di possibili clienti. JD.com, da parte sua, sta integrando WeChat nei propri flussi commerciali e ciò fornisce un vantaggio significativo: per il Global Ecommerce Leaders Forum il 64% dei marketer statunitensi prevede di implementare la tecnologia di Tencent entro i prossimi due anni. 

Siamo solo all’inizio di una partita globale, giocata sullo smartphone quanto alla barriera cassa, di cui durata ed esiti sono imprevedibili. Più chiaro e preoccupante il ritardo del Retail italiano, ancora lontano da chiare strategie di omnicanalità già consolidate nella competizione internazionale.


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